I provvedimenti del governo avranno un impatto "simbolico". I pochi euro di aumento previsti non saranno sufficienti a recuperare la perdita del potere d'acquisto delle pensioni.
La percentuale di rivalutazione degli assegni pensionistici,
fissata per il 2026 all'1,4 per cento dal decreto del governo, avrà un impatto minimo", se non addirittura "simbolico".
E comunque
insufficiente a «recuperare la perdita del potere d'acquisto prodotta dall'impennata dell'inflazione»,
già erosa dagli aumenti dell'Irpef e delle addizionali. Con l'indice dell'1,4 per cento, le pensioni minime passano da
603,40 a 611,85 euro, e con l'aggiunta dell'incremento transitorio dai 616,67 euro del 2025 ai 619,79 di quest'anno,
con un aumento di appena 3,13 euro. Va inoltre ricordato che la percentuale di rivalutazione piena riguarderà solo
gli emolumenti fino a quattro volte il trattamento minimo di pensione (Tm). cioè fino all'importo di 2.413,60 euro
Lordi al mese. Sopra tale cifra, la percentuale scende all'1,26 (90 per cento dell'1,4) per i redditi fino a 3.017
euro al mese (tra quattro e cinque volte il trattamento minimol e all 1,05 (75 per cento dell'indice pieno) per gli
assegni di pensione oltre cinque volte il trattamento minimo. Tradotto in euro, significa, ad esempio, che una pensione
lorda di 2.400 euro aumenterà di 33,60 euro (26,37 nettil, mentre una di 2.800 aumenterà di 38,66 euro (37,59 netti).
Le critiche di Cgil e Spi. In una nota congiunta, la segretaria confederale della Cgil, Lara Ghiglione, e il segretario dello Spi nazionale, Lorenzo Mazzoli, bollano gli interventi come «operazioni di facciata», «Da tempo chiediamo l'allargamento e il rafforzamento della quattordicesima mensilità e l'allargamento della no tax area per i pensionati, perché gli aumenti reali vengono assorbiti dal prelievo fiscale e i redditi più bassi stanno sprofondando nella povertà». Inoltre, la mancanza di un coordinamento tra perequazione, fiscalità e maggiorazioni sociali produce effetti distorsivi sul piano dell'equità. È il caso degli aumenti previsti per pensioni assistenziali e minime in alcuni casi vicine, e a volte superiori, alle pensioni contributive leggermente più alte, «costruite su anni di lavoro e di versamenti». Frutto di una mancata armonizzazione dei diversi istituti pensionistici ma anche di una «no tax area ferma a 8.500 euro annui. Per Mazzoli e Ghiglione, l'esecutivo ha costruito la sua narrazione sul superamento della legge Monti-Fornero, sulla flessibilità in uscita e su pensioni più dignitose. Ma la realtà è ben diversa, é azzerata ogni forma di flessibilità e dal 2027 si andra in pensione più tardi e con assegni più poveri».