COPERTINA
di Cesare Salvi.
Insegna diritto all'Università di Roma Tre.
È stato senatore dal 1992 al 2008 e ha ricaperto la carica
di ministro del Lavoro dal giugno 1999 al giugno 2001
GIOCHI
PERICOLOSI
Che cosa sta accadendo
negli Stati Uniti, il paese che da sempre siamo abituati a considerare la terra della democrazia e della liberta?
Fino a che punto Donald Trump spingera la sua corsa verso un modello autocratico e illiberale?
Il presidente Donald Trump sin dall'inizio di questo suo secondo mandato sta attaccando sia la democrazia sia la libertà. E oltremodo preoccupante appare il fatto che non vi sia un'adeguata reazione da parte dei tradizionali "contropoteri": pubblici (il Congresso, la Corte Suprema) o privati (i mezzi di comunicazione, le università). L'opposizione politica, a sua volta, appare debole e inerte, nonostante il Partito democratico abbia un solido consenso elettorale e una consistente presenza nel Congresso e nel governo degli Stati.
Ordini esecutivi. Gli strumenti usati da Trump per affermare il proprio potere e colpire gli avversari sono numerosi. Sul piano istituzionale, c'è il ricorso agli executive order (ordini esecutivi) che finora sono stati più di duecento. Sono provvedimenti simili ai nostri decreti legge, ma che non sono sottoposti al voto del Congresso. Dovrebbero rispettare la legislazione vigente, ma spesso la violano. Un loro obiettivo frequente è licenziare funzionari pubblici non remissivi sostituendoli con fedelissimi. Talvolta è violata anche la Costituzione: con un order Trump ha negato la cittadinanza ai figli di immigrati entrati negli Stati Uniti illegalmente o con visti temporanei, nonostante la Costituzione stabilisca che tutte le persone nate negli Stati Uniti sono di diritto cittadini americani (la questione è ora all'esame della Corte suprema).
Ricorso all'esercito. Ancora più importante è la minaccia del ricorso alle forze armate nei confronti degli oppositori. Nel discorso ai vertici militari (centinaia di generali e ammiragli convocati da tutto il mondo) il presidente ha detto che «le città governate dai democratici sono posti pericolosi e noi le raddrizzeremo una alla volta. Anche questa è una guerra e le persone in questa stanza devono dare una mano. In qualunque paese la richiesta di impiegare l'esercito per ristabilire l'ordine in città governate dall'opposizione sarebbe considerata un linguaggio golpista. Del resto, Trump ha già fatto ricorso alla guardia nazionale, una forza militare di riservisti inviata nelle città di Los Angeles, Chicago, Washington, Memphis e Portland (tutte amministrate dal Partito democratico) per reprimere manfestazioni di protesta contro le misure adottate nei confronti degli immigrati. In campi di prigionia appositamente istituiti sono rinchiuse decine di migliaia di immigrati, gestiti da una polizia speciale. Sono detenuti in attesa di una decisione sulla loro sorte, legata a un apposito giudice che può ordinarne la deportazione.
Attacco alla stampa. Vi sono poi le iniziative contro la libertà di manifestazione del pensiero e contro la libertà di stampa. Con un decreto ha classificato il movimento Antifa (un insieme di gruppi che si richiamano all'antifascismo) come "organizzazione terroristica", con la conseguenza che è facile purtroppo prevedere. Ha tagliato fondi federali a università che consentivano manifestazioni a favore della Palestina (alcune si sono piegate, altre no). Frequente è il ricorso a cause per danni contro organi di stampa. Fatto già in sé inaudito nel paese del Primo emendamento. Dopo i dieci miliardi di dollari chiesti al Wall Street Journal per aver pubblicato una sua lettera a Jeff Epstein, Trump ha denunciato per diffamazione il New York Times, pretendendo un risarcimento di quindici miliardi; e non per la contestazione di un fatto specifico, dal momento che la somma è stata chiesta per decenni di articoli e critiche scritti con "l'obiettivo" di danneggiarlo. Una strategia diffamatoria, dice Trump, durata «per troppo tempo: tutto questo finisce ora». È un insieme di fatti davvero allarmanti. Uno studioso ha scritto di "populismo autoritario", una forma di Stato capitalista che, a differenza del fascismo, mantiene le istituzioni rappresentative e le norme democratiche, svuotandone però dall'interno le funzioni, con l'obiettivo (purtroppo finora raggiunto) di costruire un attivo consenso popolare.
Segnali di infezione. Può questa inquietante tendenza raggiungere l'Europa (che peraltro già conosce la "democrazia illiberale" teorizzata dal premier ungherese Orban)? Purtroppo, i segnali dell'infezione non mancano, per il peso crescente di formazioni politiche che si ispirano a Trump (come l'Afd in Germania), ma anche alcuni episodi sottovalutati dall'opinione pubblica democratica ed europeista (come l'annullamento della vittoria di Calin Georgescu in Romania o l'esclusione dalle recenti elezioni in Moldavia di due partiti di opposizione). L'argomento usato in questi ultimi casi è l'esigenza di contrastare le ingerenze russe. Il rischio è che si vada troppo in là. C'è nelle élite dirigenti europee una strisciante isteria bellica, che potrebbe portare anche da noi se non vi sarà un'attenta vigilanza democratica verso forme di inedita autocrazia.
LA FRONTIERA DEL PRIMO EMENDAMENTO
II Primo emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti fu approvato nel 1789 ed entrò in vigore nel 1791. Esso recita:
«Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione;
o che limitino la libertà di parola, o della stampa, o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare
petizioni al governo per la riparazione dei torti». Nel tempo, la Corte Suprema ha sviluppato una giurisprudenza molto ampia,
rendendo la protezione statunitense delle libertà tra le più forti al mondo. Per quanto riguarda specificamente la libertà di
parola, il Primo emendamento è considerato la frontiera giuridicamente più avanzata nel mondo.