GIANRICO CAROFIGLIO
di Fabrizio Bonugli

«Le società nelle quali prevalgono le asserzioni vuote di di significato
sono in cattiva salute: dalla perdita di senso dei discorsi deriva una pericolosa caduta di legittimazione
delle istituzioni. Occuparsi del linguaggio pubblico e della sua qualità non è dunque un lusso da intellettuali
o una questione da accademici. È un dovere cruciale dell'etica civile».
La frase qui riportata l'ha scritta Gianrico Carofiglio nell'introduzione del suo ultimo libro intitolato
"Con parole precise. Manuale di autodifesa civile." Se uno scrittore di romanzi gialli di straordinario successo
internazionale, già magistrato ed ex senatore ritiene necessario scrivere un libro sulle parole, il loro uso e
il loro senso, c'è qualcosa nel discorso pubblico che non sta andando proprio nel verso giusto: siamo di fronte
a un cortocircuito che mette in discussione lo spazio comune della democrazia e della verità. Ed è proprio per
approfondire tali questioni che lo abbiamo intervistato.
Dottor Carofiglio, iniziamo dal sottotitolo del suo libro: che cos'è l'"autodifesa
civile" e perché ne avremmo bisogno?
«Viviamo in un tempo nel quale la manipolazione del linguaggio è
diventata una strategia di potere. "Autodifesa civile" significa imparare a non farsi ipnotizzare dalle parole,
riconoscere le fallacie, distinguere le opinioni dai fatti. È la versione democratica dell'autodifesa personale:
non serve per attacca ma per non farsi ferire. Difendersi con le parole significa anche difendersi dal cinismo,
dalla paura e dall'ignoranza organizzata».

Come si smaschera la fallacia di un'argomentazione? Pensiamo a Trump che, come
lei scrive, ha trasformato la politica in una pratica ipnotica e allucinatoria e il messaggio in un rito di
manipolazione collettiva.
«Il primo passo è non accettare il terreno che ci viene imposto. Trump - ma anche molti
suoi imitatori europei - non cerca di convincere: cerca di confondere. È un uso perverso del linguaggio, che
funziona soltanto se lo prendiamo sul serio, se rispondiamo nel merito alle sue falsità. Invece, bisogna cambiare
campo: non discutere il contenuto, ma smontare il meccanismo. Far vedere come funziona lamanipolazione è il
modo più efficace per renderla innocua».
Il metodo della destra e dei populisti di "inondare il campo" con affermazioni
spazzatura che rendono impossibile distinguere il vero dal falso appare vincente. Come dovrebbe rispondere la sinistra?
«Non inseguendo. La sinistra ha spesso commesso l'errore di credere che basti spiegare meglio. Ma la politica non è
una lezione: è una forma di racconto collettivo. Bisogna tornare a parlare di giustizia, dignità, coraggio, in modo
comprensibile ma non semplificato. Servono parole che emozionino senza manipolare. Le buone parole, quando sono autentiche,
hanno una forza che non ha bisogno di urla».
La sinistra, quindi, avrebbe perso la capacità di usare il potere della metafora,
di emozionare il suo popolo?
«Si, in parte. La metafora è un modo per connettere ragione ed emozione, per dare forma concreta a un'idea. Le destre
lo sanno e ne fanno un uso spregiudicato. La sinistra, invece, si è rifugiata nel linguaggio tecnico o moralistico,
perdendo contatto con l'immaginario collettivo. Ma non basta denunciare: bisogna creare un nuovo linguaggio del desiderio,
che restituisca alle persone la sensazione che la giustizia non è un dovere, ma una possibilità bella».
Quanto hanno inciso i social media nella crisi del linguaggio politico e nell'uso
massiccio della menzogna come tecnica politica?
«I social hanno accelerato un processo già in corso: la riduzione del pensiero a impulso. Ogni messaggio deve essere
breve, emozionale, polarizzante. È il terreno ideale per la menzogna, che vive di velocità e di reazioni istintive.
Ma anche qui serve equilibrio: non è colpa della tecnologia, è colpa di chi la usa senza responsabilità. Una democrazia
matura dovrebbe investire nell'educazione linguistica e mediatica, insegnare a leggere.scrivere e pensare in modo critico.
È una questione di soppravvivenza civile».
Le "parole precise" che lei indica nel titolo del suo libro corrispondono sempre alle parole semplici?
«Non necessariamente. Una parola può essere precisa e complessa, purché non sia opaca. La semplicità non è un valore
in sé: è un risultato. Le parole precise sono quelle che non mentono, che dicono esattamente ciò che intendono dire.
Ci sono frasi semplici che confondono e frasi complesse che chiariscono. Il punto non è la lunghezza, ma la verità che contengono».
Possiamo dire che il suo libro è "un atto politico"?
«Sì, lo è. Parlare di linguaggio significa parlare di potere. Difendere la precisione delle parole è un gesto politico,
nel senso più alto del termine: riguarda la qualità della nostra democrazia. Non è un libro di parte, ma è partigiano nel
senso etico. Prende posizione per la verità, per la complessità, contro la semplificazione ingannevole. È un invito alla
responsabilità di chi parla e di chi ascolta, perché da questo dipende il grado di libertà di una società».
Scrittore, ex magistrato e politico, è nato a Bari nel 1961. Nel 2000 ha lasciato la magistratura per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Il suo primo romanzo giallo Testimone inconsapevole (2002) ha inaugurato la serie dell'avvocato Guido Guerrieri. Oltre a questo personaggio ha anche creato quello del maresciallo Pietro Fenoglio. I suoi libri sono stati tradotti in ventotto lingue. Dal 2008 al 2013 è stato senatore nelle file del Pd.